Dopo la conquista romana, la Sicilia diventa la principale provincia cerealicola dell’Impero. Dai porti di Siracusa, Palermo e Catania partivano navi cariche di grano che sfamavano Roma.
Con gli Arabi arrivano mulini ad acqua e irrigazione. Nasce la pasta secca, la ‘itriyya’. I Normanni e Federico II regolamentano il commercio del grano, trasformando la Sicilia in un crocevia mediterraneo.
Durante la dominazione spagnola, il grano diventa risorsa principale del latifondo. La mietitura scandisce la vita contadina, e il pane diventa simbolo sacro nelle feste popolari, come gli altari di San Giuseppe.
Nell’Ottocento i Florio e gli armatori siciliani trasportano anche il grano. Mentre i commerci crescono, i contadini restano legati al latifondo, vivendo spesso in condizioni di povertà.
Con la globalizzazione, il grano siciliano rischia di scomparire sotto la concorrenza estera. Oggi però vive una rinascita grazie a varietà come Russello, Perciasacchi e Timilia, simbolo di qualità e identità.
Perché durante l’età romana forniva gran parte del grano necessario a sfamare l’Impero.
Nuove tecniche di irrigazione, mulini ad acqua e la diffusione della pasta secca.
Sono varietà tradizionali come Russello, Timilia, Perciasacchi, coltivate da secoli e oggi riscoperte per qualità e digeribilità.
Gli altari di San Giuseppe con pani votivi e la cuccìa di Santa Lucia sono due esempi ancora vivi.
Sì, viene coltivato in tutta l’isola e valorizzato in panifici, pastifici e pizzerie che usano farine locali.
Il grano duro siciliano è particolarmente adatto per pasta e pane, grazie alla sua ricchezza di proteine e al clima che ne esalta la qualità.